Avishai Cohen e il germe dell’originalità

Ciò che colpisce da subito di questo trio voluto dal contrabbassista israeliano Avishai Cohen è l’ originalità e l’ intensità del suono, e il singolare assetto dei ruoli reciproci: in fondo il trio è la formazione classica del Jazz, eppure Cohen ne scardina le dinamiche, senza ricorrere a trite sperimentazioni infarcite di asperità, o dissonanze, a passaggi ostici.

La novità non è facile da decrittare, da spiegare, perché l’ascolto è totalmente coinvolgente: non è facile  analizzare lucidamente cosa stia accadendo.   Il contrabbasso di Cohen è la parte fondante del trio, naturalmente: i brani cominciano creando  una base ritmico armonica , costruita dal pianoforte di Ladin  con arpeggi ricchi, veloci, rotondi,  e dalla grande batteria di Dor  fortemente e creativamente intrecciata al pianoforte. Un substrato pulsante, spesso con reiterazioni di piccole  cellule tematiche, su cui si inserisce   il possente, propositivo, incantevole suono del contrabbasso  di Avishai Cohen.

Il suo contrabbasso è il cuore del Trio. Eppure questa preponderanza non prevede la sudditanza  del  pianoforte e della batteria nel ruolo di semplici “accompagnatori”.
Avishai Cohen è parte di un fluido, paritetico progredire dinamico. Non ha un ruolo di solista. E’ il cervello del gruppo, entra da leader inizialmente ma poi non fa che cucirsi insieme agli altri disegnando un’ unico flusso sonoro. Questa strana e affascinante percezione del prevalere del contrabbasso pur se non prevale il contrabbasso è la caratteristica  di un concerto appassionante.

Se devo trovare una metafora per descrivere ciò che accade è come se si vedesse una macchina da cucire realizzare un ricamo prezioso su una stoffa già di per se finemente ricamata. Quel ricamo che seguiamo nel suo compiersi: è il contrabbasso , mentre si inserisce su pianoforte e batteria. Ma come l’ ago procede in avanti ci si rende conto che il disegno via via compiuto è armonico, e che quel ricamo ne è il completamento , e non il motivo principale.

Abbiamo ascoltato episodi alternati in contrasto tra morbidezze, lirismi quasi classici  e ritmi  serrati e sincopati, suggestivi richiami alla musica tradizionale israeliana, sottesi o espliciti, piccoli preludi del pianoforte di Eden Ladin, capace di essere incisivo ma anche ipnotico, la batteria di Daniel Dor andare da una leggerezza inaudita delle spazzole alla potenza deflagrante dei tom e della cassa, e non solamente durante i suoi splendidi assoli. Il contrabbasso di Avishai Cohen ha una carica trascinante, che emerge anch’essa in assoli densi di suono, di idee, di soluzioni armonico ritmiche.

I brani sono provvidenzialmente brevi, non sono strutturati partendo da particolari temi melodici da sviluppare o su cui improvvisare. E’ musica intensa, significativa, emozionante, di grande atmosfera, personalissima. E’ un Jazz straripante di cultura, che non viene “citata” dai musicisti per  ottenere raffinatezze formali: è un substrato metabolizzato, vissuto, e che per questo dà luogo ad un’ espressività intensa. Un’ ondata travolgente di suoni.

Il bis è un “All the things you are” che in quando standard stranoto reimmette il trio in binari più tradizionali.
Tre musicisti eccellenti,  un leader che merita la sua fama e le collaborazioni con veri e propri giganti del jazz. Se non lo avete ancora ascoltato dal vivo, fatelo appena possibile.

Avishai Cohen: contrabbasso e voce

Eden Ladin: pianoforte

Daniel Dor: batteria

 

Written by Daniela Floris
Photo by: Cristina Zuppa
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